I MiG-19 e i disertori cinesi

Pubblicato: 09/01/2011 in Storia

Un capitolo a mio modo di vedere molto interessante della Storia dell’aviazione ai tempi della Guerra Fredda, e della contrapposizione fra i due blocchi, vi è quello dei tentativi di diserzione e di fuga dal duro regime della Cina Comunista.
Le prime notizie in tal senso risalgono al 1960, quando il 12 gennaio Yang Decai, un pilota della PLANAF (Aviazione di marina della Forza di liberazione popolare Cinese) cercò di disertare a bordo del suo MiG-15, ma il tentativo si risolse in modo drammatico per il povero pilota, dal momento che si schiantò in atterraggio e perse la vita. Altri furono più fortunati e riuscirono ad atterrare nella vicina Taiwan, entrare nella locale aeronautica e servirla con onore, finendo poi congedati con lauta pensione.
Decisamente però mezzi come il Mig-15 o i bombardieri Ilyushin Beagle, erano de lutto inadeguati per tentare una fuga, e infatti molti finirono abbattuti. una nuova ondata di diserzioni, o perlomeno di tentativi, si ebbe con l’ingresso in servizio nella PLAAF della versione costruita su licenza del MiG-19, lo Shenyang J-6. Ed è proprio di questo che voglio parlare in questo articolo! Furono 6 i casi di defezione compiuti con tali aerei, almeno stando a quanto scritto da Yefim Gordon nella sua monografia sul Farmer, pubblicata nella collana “Aerofax”: il primo fu, il 7 luglio 1977, il tenente colonnello Fan Yuan-Yen che atterrò a Taiwan. Ad esso fecero seguito le defezioni di Wu Jung Chien (1982), che posò le ruote del suo J-6 codice 3220 rosso su una base vicino a Seul, in Corea del Sud, come del resto i sud Corea atterrò anche il 26enne Chen Pao-Chung con il suo 3280 rosso. Decisamente sfortunato fu nel suo tentativo Wang Bo-yu, che nel 1990 atterrò alla base aerea sovietica di Knevichi, sperando di trovare rifugio sicuro, spinto forse anche dal recente clima di disgelo impostato dalla Perestroika di Gorbacev: purtroppo per lui non fu così, perché cinque giorni dopo il suo arrivo, l’aereo fu restituito ai legittimi proprietari, mentre il pilota fu riconsegnato alle autorità cinesi. Non è difficile immaginare la fine che ha fatto: infatti esso fu condannato a morte. .
Per cercare di scoraggiare questi tentativi, il governo cinese corse ai ripari, installando una serie di batterie di missili e cannoni antiaerei su quelle che erano ritenute le principali vie di fuga (costa sud-orientale della Cina, il Mar Giallo e lo stretto di Formosa) e formando uno squadron di Shenyang F-6 con il preciso compito di intercettare e abbattere i disertori: infatti nel maggio del 1983 ci fu uno scontro fra J-6 che si concluse con l’abbattimento del disertore. Interessante poi è che questi Shenyang “cattivi” furono dotati di una mimetica, per permettere alle batterie a terra di distinguerli di primo acchito dai “normali” J-6 che invece venivano lasciati in metallo naturale. Stando sempre alla monografia di Gordon, questi aerei avevano una mimetica a strisce in verde/marrone oppure sabbia/marrone, anche le scarse fotografie a mia disposizione, sembrano confermare il solo verde/marrone, mentre il profilo pubblicato da Americo Maia, che ritrae appunto un aereo con colorazione in sabbia/marrone pare essere un esemplare da museo o frutto di fantasia o errata interpretazione di fotografie.
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<b>tutte le foto inserite in questo articolo sono solo per scopo di discussione!!! </b>
Le fonti su cui mi sono basato sono il già citato libro di Yefim Gordon sul MiG-19, edito nella collana Aerofax, e una voce su wikipedia circa le defezioni dei piloti durante la Guerra Fredda, consultabile all’indirizzohttp://en.wikipedia.org/wiki/List_of_Cold_War_pilot_defections
Da ultimo mi sono servito anche di un articolo modellistico a tema proprio uno di questi Shenyang “cattivi” pubblicato dall’ottimo Gianni Cassi sul numero 30 di Sky Model.

Lo ammetto, sono diventato un MiG-maniaco! Ma d’altronde, da quando ho scoperto che fare aerei con mimetica un filo più complesse del solito e noioso monogrigio tipico degli aerei occidentali non solo non è difficile come credevo ma è pure parecchio divertente (perché autolimitarsi nella vita?), quale soggetto migliore del Fishbed per arricchire la mia collezione di un soggetto originale e dare un tocco di colore?
Il MiG-21 ha avuto numerose versioni ed è stato esportato in tutto il mondo: nell’Europa orientale, in Africa, in Centro e Sud America, in Medioriente, nel sub-continente Indiano e nel Sud-est asiatico; ed è stato protagonista di quasi tutti i conflitti che si sono combattuti negli ultimi quaranta anni. Ha dato filo da torcere agli americani sui cieli del Vietnam, ha incrinato il mito del 104 nei cieli Indiani, ha preso sonore mazzate dai Mirage e dagli Eagle israeliani sui cieli del Medioriente, ha combattuto nel montagnoso Afghanistan con l’aviazione sovietica. Insomma, il modellista non ha che l’imbarazzo della scelta.
Quanto a me ho puntato su un esemplare cubano: non appena ho visto presso il mio negoziante le decals Aztec e la correzione in resina Quickboost per la versione MF, non ci ho pensato su due volte: presi al volo!
Era da un po’ che mi ronzava in testa l’idea di aggiungere alla mia collezione un aereo cubano: mi è sempre piaciuta la mimetica in azzurro turchese e verde tipica degli aerei dell’aviazione Castrista e finalmente questa idea si è tramutata in realtà.

Il kit Fujimi

Tempo fa la Fujimi produsse una serie di MiG-21 molto bella, anche se non priva di errori. Ad oggi purtroppo questi modelli sono difficilmente reperibili, e purtroppo per chi si dedica – per passione o per obbligo come nel mio caso – alla scala più piccola, non esiste una valida alternativa a obsoleti kit di origine cecoslovacca!
Comunque il kit Fujimi si compone di una settantina di pezzi in plastica grigia, a cui si devono aggiungere una decina in ottima plastica trasparente: hud, luci di atterraggio, cruscotto e tettuccio in due parti.
Il kit presenta fini incisioni in negativo ed il dettaglio è complessivamente buono, eccezion fatta per l’abitacolo, o meglio per il sedile che poco ha a che fare con il KM-1 di cui era dotato il nostro Fishbed! Le decals sono per esemplari finlandesi a due toni di verde su grigio e per degli anonimi esemplari sovietici in metallo naturale. La scatola si riferisce alla versione Bis.

Montaggio

Uno spasso! Senza stare qui a tediarvi dicendo come si incollano le ali e come si stucca, elenco brevemente i lavori da me fatti nei punti “strategici”. Cominciando dal cockpit, ho provveduto a cestinare quella sottospecie di seggiolino fornito dal kit e sostituirlo con un pezzo della Pavla.
L’annosa questione del verde “ospedale” tipico dell’interno del Fishbed è stata risolta in modo draconiano dal sottoscritto: H46 verde smeraldo Gunze, nudo e crudo. Troppo verde? Troppo brillante? Può darsi, la mia è solo un’interpretazione. Mi piace, e questo sia sufficiente!

Il seggiolino è invece grigio (FS 36375, H308 Gunze), con imbottitura in marrone e cinture in azure-blue. Piccola precisazione: tecnicamente le cinture sarebbero di un grigio più scuro rispetto a quello di base del sedile, ma essendo il pezzo molto piccolo ho preferito per dare un contrasto netto, accentuato da un passaggio di colore bianco molto diluito.
Come detto, il montaggio fila via liscio come l’olio, senza bisogno di stucco se non nella giunzione ala-fusoliera ma nulla di traumatico.
Prima di chiudere le fusoliere ricordarsi di: appesantire adeguatamente il muso altrimenti il vostro MiG si siederà inesorabilmente sulla coda; dipingere e installare il cono radar (H302 Gunze) e verniciare in alluminio l’interno delle prese d’aria; assemblare e installare il cono di scarico. Questo è verde (H303 Gunze) al suo interno!
Come detto in fase di presentazione del modello, la scatola in mio possesso si riferisce alla versione Bis, mentre l’esemplare da me riprodotto è un MF. In realtà, errore grosso da parte di Fujimi ironicamente replicato da Academy in 1/48, anche le scatole dedicate dalla ditta nippon alla versione MF sono in realtà dei Bis, dal momento che la tipica gobba ventrale inclusa nelle scatole si riferisce proprio a questa variante.
Ma per fortuna in Cechia vogliono molto bene a noi modellisti e dalla Quickboost ecco una bella dorsal spine completa di deriva corretta: è sufficiente liberarla dalla materozza di stampaggio e installarla sul nostro modello usando per l’incollaggio la colla bi componente: questa rispetto alla normale Attack ha il pregio di un’asciugatura lenta (circa 5 minuti) permettendo di trovare il giusto allineamento. Una volta asciutta si carteggia per eliminare l’eccesso di colla, si stucca dove si deve e il gioco è fatto!
Et voilà, il nostro Fishbed prende forma e in men che non si dica è già arrivata l’ora di mettere mano all’aeropenna e colorare.

Colorazione

Fra tutte le livree portate dai Fishbed, quella cubana è sicuramente una della più vistose e appariscenti, nonché una delle più originali. Il foglio della Aztec “Latin Eagles part II” offre la possibilità di scegliere fra un esemplare con livrea turchese/verde su grigio oppure una versione più recente basata su due toni di grigio e un azzurro. Ovviamente la scelta non poteva che cadere sulla prima versione e subito la mia testolina di modellista si è messa al lavoro per cercare un’idea su come riprodurre quell’inconsueto color puffo.
Alla fine ho usato l’azzurro H323 della Gunze corretto con alcune gocce di blu X4 Tamiya, il tutto facendo affidamento…alla mia buona stella e al fattore C che credo non debba mancare nemmeno nel modellismo!
Per il verde, malgrado le istruzioni suggerissero un verde abbastanza chiaro e brillante, le foto mi hanno portato a scegliere un verde olivastro, per cui ho usato l’H304 Gunze. Per il grigio delle superfici inferiori ho usato invece l’H338. Tutti i colori sono stati abbondantemente diluiti con comune alcool rosa, sostituito nel caso del grigio da…Vodka!! Essa infatti, oltre a rendere più allegro il vostro modellista, ha il pregio di essere incolore e quindi di non dare una tonalità rosata ai colori molto chiari. Provare per credere. Ma mi raccomando, la vodka bevetela con moderazione!
La demarcazione fra il turchese e il verde è stata ottenuta ricorrendo al provvidenziale Patafix, mentre lo scotch Tamiya ha coperto le zone che non andavano verniciate.
Terminata la posa dei colori, ho schiarito il centro di ogni pannello con il colore di base ancora più diluito a cui ho aggiunto un paio di gocce di bianco opaco, quindi una bella mano di Future ha preparato il modello alla successiva fase di posa decals e lavaggio nonché gli ha conferito quel gradevole e tipico aroma fruttato (a voi dipanare la scottante matassa: fragola o pesca??).
Applicate le decals -nella spaventosa quantità di sei!-, ho provveduto a fare un lavaggio coi colori a olio usando del nero che ha dato profondità al mio modello. Un’altra mano di Future e una passata di trasparente opaco Lifecolor hanno completato questa fase.

Ultimi tocchi

Ora non resta che il montaggio di quei piccoli particolari che data la loro fragilità vanno montati alla fine: carrelli e portelli vari (dipinti in Grigio 36375), tettuccio in posizione aperta, sonde e pitot. Qualche tocco di vernice qua e là ed il modello è pronto per la vetrina.
In conclusione un modello semplice e di sicuro effetto, che vi permette di aggiungere alla vostra collezione un soggetto originale e accattivante, che sicuramente non passerà inosservato. Figurarsi nella mia vetrina dominata dalla cromia grigia degli aerei moderni occidentali!
Inoltre quello degli aerei esotici è un filone che credo non abbandonerò: pronti al decollo ci sono un bell’Hunter Rhodesiano e un F-16 Venezuelano. Come dite? Meglio non correre troppo? Vero, meglio non correre troppo!

Buon modellismo
Alessandro Gennari

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CENNI STORICI

Il Jaguar nasce negli anni ’60 come programma congiunto anglo-francese: alla base c’era una specifica tutta inglese per un addestratore supersonico che andasse a prendere il posto del vetusto Folland Gnat, e da una specifica Francese che richiedeva un aereo che potesse essere usato sia come aereo da addestramento sia come caccia-bombardiere leggero. Successivamente ci furono alcuni cambi di programma e il progetto per un addestratore portò in Francia alla costruzione dell’Alpha Jet, mentre in Inghilterra nacque il BAe Hawk; allo stesso tempo cambiarono le specifiche tanto da parte della RAF, che cercava un aereo che prendesse il posto dell’inadeguato Phantom nel compito dell’appoggio tattico, mentre in Francia si cominciò a pensare a un aereo imbarcato che potesse sostituire gli Etendard sulle portaerei dell’Aeronavale.

Dall’unione di forze fra Bréguet (poi Dassault) e BAC (poi BAe) nacque il consorzio SEPECAT, che così si suddivise i compiti relativi alla produzione: in Gran Bretagna venivano prodotte le ali, le prese d’aria, il tronco posteriore della fusoliera e gli impennaggi, mentre tutte le rimanenti parti della cellula vennero prodotte in Francia. L’assemblaggio finale veniva curato in entrambi i paesi, a seconda delle specifiche esigenze. In totale furono costruiti 588 esemplari e l’aereo venne adottato, oltre che  dai paesi sviluppatori, anche da India, Oman ed Ecuador.

Per quanto riguarda l’impiego operativo, tanto i Jaguar di Sua Maestà quanto quelli francesi ebbero modo di dimostrare il loro valore in numerosi teatri operativi: nel Golfo Persico, sui Balcani ma anche – gli esemplari francesi- in Africa: essi furono impegnati in alcuni scontri nel Sahara Occidentale, in Ciad e in Ruanda.

Sia in Francia che in Gran Bretagna i velivoli sono stati radiati: nel 2005 in Francia e nel 2007 dalla RAFJaguar 002

NOTE MODELLISTICHE

Il Jaguar è un soggetto fortunatamente ben considerato dalle case modellistiche, soprattutto in 1/72 dove l’Italeri ha coperto tutte le versioni, sia mono che biposto tanto con livree  francesi che inglesi. In 1/48 la connection anglo-francese Airfix-Heller ha sfornato dei kit buoni ma non eccelsi: Gr.1 per l’Airfix e ovviamente la versione francese per la Heller.
Già che siamo in tema, le differenze principali fra gli esemplari francesi e quelli inglesi stanno innanzitutto nell’armamento di lancio: due cannoni DEFA da 30mm per gli esemplari Armée de l’Air, due cannoni Aden, anch’essi da 30mm per gli esemplari RAF. L’altra differenza sta nel muso, dal momento che le versioni Gr.1 e seguenti montano un telemetro laser, che le macchine francesi non hanno. Da ultimo la versione inglesi si caratterizza per due alette RWR (Radar Warning Receiver) montate sulla deriva, in maniera del tutto analoga al Tornado Gr.1.
Detto questo, per il mio modello ho scelto la scatola Italeri, recentemente riedita anche dalla Revell con nuove decals, caratterizzata dal numero di catalogo 063. All’interno della piccola scatola ad apertura laterale troviamo due stampate color sabbia – questo nel sempre biasimevole tentativo di venire incontro a quelli che il modello preferiscono non verniciarlo- e una piccola di trasparenti per un totale di circa una settantina di pezzi. Purtroppo i pezzi non sono incellophanati, anche se il mio corrispondente inglese che mi ha venduto il kit ha sagacemente imbustato a parte i trasparenti che così si sono salvati da graffi e danni vari!Jaguar 003

Un piccolo foglio decal fornisce le insegne necessarie per due esemplari: il primo in livrea desertica, ornato da una simpatica nose-art in cui un Saddam Hussein decisamente caricaturale viene preso a calcioni nel deretano da uno stivale coi colori della Union Jack. Il secondo è un esemplare nella classica livrea mimetica Dark Green/Dark Sea Grey, che in alternativa può essere rappresentato anche in livrea invernale con una copertura di bianco.

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MONTAGGIO

Per evitare il solito noioso incipit del tipo: il montaggio è iniziato dal cockpit, questa volta ho deciso che inizierò…dall’assemblaggio del troncone posteriore di fusoliere, lasciato giustamente staccato dal muso in previsione della realizzazione della variante francese e di quelle biposto. La giunzione dei tre pezzi che compongono questa sezione non comporta particolari problemi, anche se richiede qualche stuccatura lungo le giunzioni. Nulla di drammatico comunque.

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L’ala è in un sol pezzo e si incastra bene nel suo alloggiamento, anche qui con l’aiuto del solito amico stucco: apro una parentesi per parlare di stucchi. Io ne uso due tipi: quello classico della Tamiya, perfetto per le piccole fessure, mentre in caso di voragini e/o di scalini uso quello bianco della Gunze, che d’ora in poi, per evitare giri di parole chiamerò “lo stucco gommoso”!  
Cercate di capirmi, credo che sulla piazza di modellisti (e non solo nel modellismo) pigri come me ce ne siano ben pochi! Forse non un record di cui andare fieri, ma pur sempre un record!
In questo caso, tornando al Jaguar, per la giunzione ala/fusoliera ho usato lo stucco gommoso. Una volta che ho montato la fusoliera e nell’attesa che lo stucco si asciugasse, ho rivolto le mie attenzioni al cockpit.
Pannello strumenti e consolles laterali sono in rilievo e il seggiolino ha già le cinture stampate in rilievo: niente di stratosferico, però vista la scala e il fatto che tutto andrà dipinto in nero, ci si può accontentare. Una bella passata di nero H-77 Gunze, un drybrush con grigio chiaro e siamo a posto. Stesso discorso per il sedile, tutto nero con il cuscino in verde (ho usato il US Marine Green della Agama) e le cinture in marroncino chiaro.
Prima di chiudere le fusoliere ho dipinto le pareti del vano carrello e lo stesso vano anteriore in Zinch Chromate, così come del resto anche i vani carrelli principali e i vani aerofreni. Per lo Zinch, ottimo l’Humbrol 81.
Qualche problemino lo danno le prese d’aria, ma anche qui l’intervento del nostro amico stucco gommoso risolverà ogni problema! L’interno l’ho dipinto con grigio chiaro H-308 Gunze, come del resto le gambe del carrello e i cerchi delle ruote! Ecco perché amo il Jaguar: non bisogna usare lo stramaledettissimo bianco lucido!!!

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COLORAZIONE

Malgrado il mio corrispondente inglese che mi ha venduto il kit mi abbia gentilmente omaggiato di un magnifico foglio Xtradecals che permette di realizzare svariati Jag in livrea Nato, fin da subito la mia idea è stata quella di fare un aereo in livrea desertica, colorato con il celebre Desert Pink. Si tratta di una vernice di tipo ARTF (Alcaline Removable Temporary Finish), ovvero di una vernice lavabile al rientro in patria. Questo comportava ovviamente che gli aerei si presentassero decisamente sporchi e con livrea usurata.
Bene, spiegato cosa è il Desert Pink, il problema che si pone è quella della sua realizzazione: infatti a parte l’Xtracolor a smalto, non esiste alcuna ditta che abbia in catalogo suddetto colore (molto simile e usabile è il 250 Humbrol), tanto meno questo colore compare nella gamma dei miei adorati Gunze. Che fare? La soluzione è semplice si prende come base il Flesh (color carne) H-44, un po’ di H-47 Red Brown, qualche goccia di bianco, buon occhio e un’ottima dotazione di… lato B!!! Ecco la mia ricetta per il Desert Pink!  E devo dire che in questo caso il fattore C ha fatto si che trovassi una buona corrispondenza con il colore reale!
Bene, una volta data la mano di base, con lo stesso colore ancora più diluito e schiarito con bianco si opera il post-shading quindi la solita mano di Future a lucidare il tutto.
Per quanto riguarda l’esemplare scelto, fin dall’inizio la mai scelta era caduta sull’esemplare desertico e il Saddam preso a calci avrebbe sicuramente fatto capolino sul muso del Jaguar se non fosse che in un negozio di Milano che tiene molti vecchi fogli decals, mi sono imbattuto in un foglio della Almark dedicato agli aerei RAF impegnati nella Desert Storm. Fra i vari soggetti, Tornado, Jaguar e Buccaneer, vi era un Jaguar con una particolarissima nose art: vi era dipinto un omino stilizzato che sappiamo dalla scritta chiamarsi Buster Gonad, il quale è dotato di… attributi decisamente grossi, tanto da doversi servire di una carriola su cui appoggiarli!! Certo non il massimo del politically correct, ma come fare a resistere?

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Le decals Almark sono buone anche se stampate su film unico e quindi è necessario scontornarle: purtroppo questo aspetto è poco indicato dalle istruzioni e quindi la nose art risulta contornata da un bel po’ di pellicola, per fortuna la Future sotto evita ogni brutta sorpresa!
Messe le poche decals, il modello ha ricevuto un ‘«inzozzatura» con olio nero e gessetti: non abbiate paura di esagerare, i Jaguar operativi nel deserto erano la quintessenza dell’aereo poco pulito!!
Una mano sigillante di Future e la finale passata di trasparente opaco Lifecolor hanno completato la mia opera!
Ora non mi resta che mettere il mio piccolo Jaguar in vetrina accanto al Dakota e al Tornado, così un altro pezzo si va ad aggiungere alla mia forza aerea in miniatura!!

Buon modellismo
Alessandro Gennari

Dakota 001

UN PO’ DI STORIA

Derivato militare del leggendario DC-3 della Douglas, il C-47 si è guadagnato a buon diritto un posto nella storia dell’aviazione militare e non solo. Costruito in oltre 10.000 esemplari, esso è stato protagonista di tutte le operazioni più importanti del secondo conflitto mondiale, dallo sbarco in Normandia alle sanguinose battaglie sulle isolette del pacifico, che gli USA dovettero riconquistare una per una a prezzo di gravi perdite umane e di materiali. Durante il conflitto essi servirono principalmente con le insegne americane e britanniche, e furono usati in svariati ruoli: lancio di paracadutisti come mansione principale, ma anche traino alianti (alcuni Dakota furono essi stessi usati come alianti date le ottime caratteristiche di planata) e per il lancio di viveri e materiali durante il drammatico accerchiamento di Bastogne, nelle Ardenne, avvenuto nel 1944 durante l’ultimo colpo di coda tedesco. Alcuni C-47 furono protagonisti di episodi sfortunati ,su tutti quello avvenuto in Normandia durante le prime fasi concitate dello sbarco, dove numerosi aerei furono abbattuti dai troppo nervosi serventi della contraerea americana.
Terminata la guerra non è ancora tempo di riposo per il nostro Skytrain: infatti esso è impegnato nel ponte aereo di Berlino, per aiutare la popolazione della città posta sotto blocco dai sovietici. In quei convulsi giorni, il nostro buffo bimotore tornò in azione trasportando e sganciando sulla città tonnellate di viveri, carbone, medicinali e pacchetti di caramelle per i bambini. Nelle intenzioni dei comandi alleati c’era anche quello di paracadutare sula città un cucciolo di cammello, chiamato Clarence, da dare al locale zoo, ma purtroppo l’animale morì pochi giorni prima. Designato per il trasporto dell’inconsueto carico era nemmeno a dirlo, il nostro C-47, che infatti portava una sagoma di un cammello disegnata in fusoliera.
Entrò in azione anche coi colori israeliani nella guerra di indipendenza, e di nuovo sotto l’USAF come gunship in Vietnam, suscitando un terrore sacro nei Vietcong che se lo vedevano ronzare sulla testa…
E’ stato inoltre la star di alcuni film: chi non ricorda «Più forte ragazzi» con Bud Spencer e Terence Hill, dove si vedeva il nostro eroe a due eliche vestire un’improbabile e logora livrea rosa??
Da ultimo, se ci volesse anche questa di prova per confermare l’importanza del Dakota in seno all’aviazione, si possono trovare tracce nei fumetti Disney, dove spesse volte Paperon De’ Paperoni parte per le sue avventure a bordo di uno scalcinato bimotore le cui forme sono ispirate al C-47!
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NOTE MODELLISTICHE

Ovviamente un soggetto così famoso non poteva sfuggire alle case modellistiche, e in molti si sono cimentate nella produzione del kit: in 1/48 ci sono i vecchi Monogram (bellissimi e per me dovermene liberare per poco spazio è stato un colpo al cuore!) e il più recente Trumpeter, magnificamente dettagliato e inciso in negativo, ma troppo freddo!! Il Monogram è sempre il Monogram!! Certo, va reinciso e non è affare da poco, ma trasmette tutt’altra emozione rispetto al kit cinese!
In 72 ci sono i kit Italeri, Esci e Airfix. Per il mio modello la scelta è caduta sul kit Italeri, che fra la comunità dei modellisti è un mito quasi se non più dell’aereo vero! Aprendo la scatola che riporta un C-47 americano con tanto di Invasion Stripes, troviamo due stampate in verde oliva più una trasparente per un totale di un’ottantina di pezzi. Le incisioni sono in fine negativo e i trasparenti molto limpidi. A completare la confezione un foglio decals minimale per due esemplari in Olive Drab su Neutral Grey. Uno americano e uno inglese, entrambi veterani del D-Day. Io ho deciso un back date e farlo senza strisce, ma ne riparleremo a tempo debito!

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MONTAGGIO

Anche qui come del resto per tutti gli aerei del mondo, il montaggio inizia dal cockpit. Chissà mai un giorno proverò a montare un aereo al contrario per vedere di nascosto l’effetto che fa…
Ok scusatemi, i troppi bicchieri per dimenticare le mie pene d’amore si fanno sentire!
Dicevo il montaggio comincia dal cockpit, per il quale la casa italiana fornisce: un pianale con già stampate le panche dei paracadutisti, i seggiolini, le paratie di divisione, i volantini e il pannello strumenti. Il colore di base è l’Interior Green H-58 Gunze, mentre le cloche e il pannello sono in nero opaco. Essendo sprovvisto del mio fedele H-77 Gunze, ho ripiegato sull’XF-1  Tamiya. Non sono stato molto a impazzire sull’interno e il dettaglio, dato che poi nulla resterà visibile. Ricordiamoci di mettere i finestrini prima di chiudere le fusoliere, e soprattutto il portello di ingresso: io non ho fatto quest’ultima operazione e mi sono trovato fregato. Per fortuna che alcune foto mostrano il portellino in questione rimosso e così mi sono salvato in corner con una parata alla Buffon!!!
Resta visibile però la carenza di dettaglio, ma fa nulla: alla fine è comunque un anfratto buio e poco visibile.
Una volta chiuse le fusoliere, il montaggio procede spedito e senza intoppi, con l’uso dello stucco necessario come al solito nei punti topici, ma nulla di tragico. Non dimentichiamo che è un kit che quasi trent’anni se non di più sul groppone.
Meravigliosi a mia opinione i motori, con la doppia stella: per valorizzarli al meglio, dapprima ho dato una mano di nero  opaco, e poi ho fatto una serie di drybrush usando il polished alluminium Humbrol della serie Metal Cote e il metallo bruciato della Model Master. L’interno delle cappottature motore va in Zinc Chromate Yellow per cui ho usato l’apposito colore della Lifecolor. La giunzione delle due parti che compongono le cappottature necessitano di un filo di stucco, ma nulla di drammatico. Una volta fissate le ali alla fusoliera (anche qui una stuccatina risolverà tutto) e le cappottature alle ali, il nostro modello è pronto per essere inviato al reparto verniciatura.
Prima ho montato e mascherato il parabrezza, punto questo che mi ha creato non pochi problemi: l’incastro è abbastanza sommario e inoltre il pezzettino trasparente mi si è rotto mentre rimuovevo il Maskol costringendomi a un delicato intervento di ricostruzione.Dakota 005

COLORAZIONE

Come mio solito mi sono affidato agli acrilici Gunze: i Dakota inglesi verniciati nella classica livrea verde su grigio mantenevano i colori originali americani, motivo per cui ho usato il Neutral Grey H-53 e il verde oliva H-52. Come mio solito ho diluito i colori all’inverosimile, usando del comune alcool rosa e riempiendo i barattolini con 3 piombini da pesca. Ero scettico su questo metodo, ma da quando l’ho provato mi trovo benissimo! Come detto in fase di presentazione, tanto il soggetto americano quanto quello britannico offerti dalle decals Italeri sono ambientati ai tempi del D-Day, ma si sa che la pigrizia mia è atavica e quindi…niente strisce di invasione, non avevo voglia di stare lì a lavorare di mascheratura e con un colore “bastardo” come il bianco!
Ovviamente, vista la mia passione per tutto ciò che vola con le coccarde della RAF britannica, la mia scelta non poteva che ricadere su un Dakota in servizio per sua Maestà la regina!
Questa volta ho messo le decals prima di passare al lavaggio con olio, posa delle decals preceduta da post-shading (verde oliva schiarito con giallo e poi bianco, ulteriormente diluito con alcol) e dalla solita mano di future che lascia l’aereo bello lucido e con il gradevole profumo della pesca!! Occhio soltanto a non farvi venire la tentazione di mangiarlo…potrebbe essere indigesto!!!
Ok, detta la mia scemata quotidiana, torniamo al modello: terminata la posa delle decals e i lavaggi, un’altra mano di Future ha sigillato il tutto, prima della passata definitiva di trasparente opaco, l’ottimo Lifecolor.
Ora il nostro Dakota è pronto a entrare nella vetrina!!

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CONCLUSIONI

Un onesto e simpatico kit per un mitico protagonista della storia dell’aviazione mondiale, un soggetto che non deve mancare nella bacheca di qualsiasi appassionato e che da la possibilità di creare un’infinità di soggetti dai classici americani a quelli più originali. Per me è stato un montaggio divertente e un impatto morbido con la 1/72, scala a cui, mio malgrado, sono stato costretto  a scendere. In più ho potuto aggiungere un altro tassello alla mia collezione di aerei britannici!

Buon modellismo
Alessandro Gennari

 

Ebbene si, ora è ufficiale. Cambio scala. Dalla 1/48 scendo alla 1/72. È stata una scelta ponderata e sofferta, molto sofferta, ma alla fine si è dimostrata la migliore per il proseguo della mia carriera di modellista. I motivi che mi hanno spinto a questa scelta, sono innanzitutto da ricercarsi nella praticità. Essendo io appassionato di aerei moderni, questi in 1/48 hanno davvero dimensioni ragguardevoli e lo spazio in casa mia non è mai stato tanto. Solo che me ne sono reso conto troppo tardi, dopo che pervicacemente ho continuato a ignorare i consigli di chi mi stava attorno e che mi diceva di non prenderli così grossi perché poi avrei avuto difficoltà nel metterli una volta finiti. Un’altra ragione è che la scala si confà maggiormente alla mia idea di modellismo, fatta in maniera pragmatica preferendo la quantità alla qualità (questo ovviamente non vuol dire che i modelli li faccia male o senza cure, sia ben chiaro), i progetti semplici a quelli complessi, la vetrina piena piuttosto che l’armadio pieno di scatole. I modelli in 1/48 sono complessi e portano via un sacco di tempo e perdonano meno certe semplificazioni ed errori o omessi dettagli! Non sono uno che cerca a ogni costo la gloria nei concorsi e sono il primo a credere che il modellismo deve essere divertimento e soprattutto (e per questo si veda l’articolo sulla FILOSOFIA MODELLISTICA già pubblicato su queste colonne) è solo un compromesso fra la realtà e la sua riproduzione. I modelli in 1/48 stavano cominciando a diventare troppo lunghi e impegnativi e si accumulavano nell’armadio a ritmo serrato, invece la 72 mi darà modo di tornare indietro ai primi anni del modellismo, quando prendevo la scatola, in un paio di giorni la mettevo su e poi di filata al negozio a prenderne un’altra! Insomma tornare a respirare il profumo del modellismo di un tempo, quando il divertimento prendeva il sopravvento su ogni cosa! Bene, ora non mi resta che lanciarmi nella mia nuova avventura!

Mig 011MiG-21 sta a Unione Sovietica come il Phantom sta all’Occidente. Questa è la semplice proporzione matematica che regolava la guerra fredda e ben conosciuta da tutti gli appassionati di quel periodo.
L’argomento MiG-21 è così vasto e così vastamente documentato che non ho né il tempo, né lo spazio né la voglia (sono pigro, non vogliatemene!) per approfondirlo!
Basti solo dire che esso fu impiegato su tutti i fronti e in tutti i conflitti che hanno insanguinato il nostro pianeta negli ultimi cinquant’anni, da quelli più noti (Vietnam e Afghanistan) a quelli passati sotto silenzio nelle parti più sperdute del globo. Nelle mani dei tenaci piloti Vietnamiti si dimostrò un avversario più che valido per gli americani e non erano rari i casi in cui erano proprio gli spocchiosi Yankees a uscire con le ossa rotte e appesi a un paracadute! Phantom ed F-105 furono tra le vittime predilette dei Fishbed comunisti. E nemmeno il mitico Spillone ebbe vita facile contro i MiG: chiedere ai piloti pakistani suonati a dovere dai Fishbed indiani!
Meno bene per il nostro piccolo eroe andarono nel teatro medio – orientale. Negli scontri contro gli aerei israeliani, superiori in tecnologia ma anche pilotati da uomini addestratissimi e determinati a combattere per la sopravvivenza del proprio Stato, i MiG-21 furono nettamente surclassati. Se già l’avvento dei Mirage III rappresentò un grosso problema, l’arrivo dei più moderni F-15 ed F-16 significò la fine: durante gli scontri sulla Bekaa nel 1982 i MiG arabi furono annientati senza che riuscissero nemmeno a sfiorare un aereo nemico.

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NOTE MODELLISTICHE

Da sempre convinto assertore del fatto che gli aerei con mimetiche a più toni fossero troppo difficili da realizzare (mai porsi dei limiti nella vita, tardi ma l’ho finalmente capito!!), quando finalmente mi sono deciso a fare “il grande passo” con il MiG-15 già pubblicato su queste colonne, mi si è schiuso un mondo!
«Vuoi vedere» mi sono detto «che non solo non sono così difficili da realizzare, ma sono pure un sacco divertenti?»
Fine dell’Off Topic, veniamo a noi!
Per dare un po’ di colore alla mia vetrina, ho scelto un bel MiG-21 Bis Siriano, ambientato proprio nel 1982, molto probabilmente una delle vittime dei Falcon e degli Eagle con la stella di David. La scatola di partenza è quella Academy in 1/48, che contrariamente a quanto scritto sulla box art, non rappresenta un MF bensì un Bis.
Essendo io del tutto ignorante sull’argomento, ho appreso ciò dalle recensioni lette in rete e da un confronto col guru dei MiG, Gianni Cassi, come al solito disponibile e gentile nel dissipare ogni mio dubbio!
Dal momento che l’abitacolo è un po’ scarno, ho fatto ricorso a quello in resina della Neomega. A completare la lista della spesa le ruote in resina CMK e il foglio decals della Tally-Ho “Focus on Fishbed part 2” che offre una selezione di MiG ex jugoslavi tutti però nella livrea monogrigio che volevo a tutti i costi evitare oltre al mio siriano e un MF egiziano.

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COSTRUZIONE

Da un po’ di tempo la mia filosofia modellistica mi porta a fare i modelli così come escono da scatola, senza troppi patemi d’animo, ma in questo kit l’abitacolo è davvero uno scherzo, forse anche per la più piccola 1/72. Quindi un bel tiro a canestro degno del miglior Michael Jordan e i pezzi sono finiti dritti nel cestino (ovviamente centrato con gran tiro da 3 punti!). i pezzi Neomega sono sublimi a mio modestissimo parere e hanno il pregio non da poco di adattarsi perfettamente al kit di destinazione. Il segreto? In pratica i pezzi Neomega altro non sono che i medesimi del kit dettagliati alla perfezione e stampati in resina.

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Capitolo colorazione: gli interni del 21 tarde serie sono in quell’azzurro turchese a detta dei piloti molto riposante (de gustibus…): ognuno ha la sua ricetta, personalmente pur avendo in casa la tinta Model Master, non volendo inquinare la cucina con i miasmi dello smalto (ho provato una volta, ci volevano le maschere anti-gas e cucinare il pesce non diventava il massimo della vita) ho usato il verde smeraldo della Gunze. Troppo verde? Troppo sparato? Può darsi, però me gusta mucho! Strumenti in nero opaco e successiva goccia di Future per simulare i vetrini, lavaggio con bruno Van Dyck e drybrush in bianco e questo primo capitolo si può dire archiviato.
Per il resto il montaggio procede senza troppi patemi d’animo: gli incastri sono perfetti, forse lo scarico è da sostituire (fortunati i possessori del set MF Detail, purtroppo introvabile data la cessata attività della ditta Ungherese). Ricordatevi di appesantire il muso, altrimenti il vostro modello assumerà un poco piacevole assetto seduto.

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I vani carrelli sono in grigio H-308 Gunze con lavaggio con Grigio di Payne, così come i carrelli, mentre il cono radar e i cerchi delle ruote, così come i dielettrici sono in verde H-302 Gunze.
E così in men che non si dica, eccoci arrivati alla colorazione.

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Come mio solito da ormai un po’ di tempo, ho usato gli acrilici Gunze, diluiti come suggerito nei suoi articoli dal succitato Gianni Cassi: in un barattolino di Gunze metto tre o quattro pallini da pesca, poi riempio fino all’orlo con alcool rosa ed il gioco è fatto! Così sono un vera bomba e si stendono che è un piacere!
Come detto, la mia scelta è caduta su un esemplare siriano dipinto con un’accattivante mimetica a quattro toni: sabbia, con bande in verde e grigio per le superfici superiori, azzurrino per le superfici inferiori. Qui sotto i colori da me usati.

  • Sabbia: H-313
  • Verde: H-303
  • Grigio: H-317
  • Azzurro: H-67

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Stesi tutti i colori (a mano libera, con l’eccezione della delimitazione fra il sabbia e l’azzurro che era netta), ho proceduto a un leggero (forse troppo… i trasparenti hanno uniformato il tutto! È tutta esperienza che verrà utile al prossimo modello) post-shading: al colore di base già diluito, ho aggiunto una goccia di bianco opaco e ulteriore alcool. Provare per credere!
Quindi mano di Future e lavaggio a olio nero. Altro errore, che vedrò di evitare la prossima volta: prima di fare il lavaggio, mettere le decals e poi fare il lavaggio!
Messe le poche decals (uno dei pregi di questi aerei sovietici… l’F-15 sarà ben altra musica!) ho dato un’altra mano di Future a sigillare il tutto, e poi da ultimo una passata di opaco Lifecolor.
Il montaggio dei piccoli particolari ha concluso il mio lavoro.

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CONCLUSIONI

Un kit divertente, un lavoro breve, una macchia di colore nella mia bacheca. Tutto sommato questi cattivi sono proprio affascinanti, e infatti in men che non si dica il mio scaffale di scatole si è riempito di soggetti d’oltrecortina. Credo proprio che diverrà una tematica che porterò avanti in parallelo al mio grande amore che sono e restano gli aerei della RAF.

Buon modellismo
Alessandro  Gennari

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Eccomi qui ancora una volta tediarvi con i miei Tornado. Credo che ormai la mia «Tornadite» stia assumendo proporzioni allarmanti, è meglio che vada a farmi vedere, ma da uno bravo!
Ancora una volta la scelta è caduta su un esemplare della RAF, in assoluto  i miei favoriti (e chi mi conosce bene lo sa): in questo caso ho deciso di rappresentare un esemplare della versione Gr.4, l’ultima evoluzione dell’aereo, con una magnifica, a mio avviso, colorazione commemorativa per celebrare i 95 anni di storia del 2^ Squadron.
Come detto, la versione Gr.4 rappresenta l’ultimo step evolutivo del Tornado, evoluzione che gli permetterà di rimanere in servizio fino almeno al 2025. All’esterno è immediatamente distinguibile per la presenza del pod Flir sul lato sinistro della fusoliera, fatto che ha comportato l’eliminazione del cannone Mauser sul lato sinistro stesso.
In questa nuova configurazione, l’aereo acquisisce migliori capacità ognitempo e può trasportare ogni tipo di arma intelligente presente nell’arsenale della Royal Air Force.
Il battesimo del fuoco c’è stato nel 2003 nel corso dell’Operation Telic in Iraq. Diversamente da quanto accadde durante la prima Guerra del Golfo nel 1991, quando i Tornado furono impiegati in missioni a bassa quota lamentando non poche perdite, nel 2003 proprio l’utilizzo della nuova versione permise l’impiego a media quota: le perdite furono drasticamente ridotte, anzi l’unica perdita è da attribuire a un troppo zelante operatore delle batterie Patriot americane, che scambiò il malcapitato Tornado nientemeno che per…uno Scud Iracheno! Purtroppo questo tragico errore costò la perdita non solo dell’aereo ma anche di entrambi i membri dell’equipaggio.

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NOTE MODELLISTICHE

In conclusione del precedente articolo, giurai e spergiurai che mai e poi mai avrei fatto un altro Tornado in 1/72, che li avrei fatti d’ora in poi in 1/48. Detto e fatto! Peccato che l’entusiasmo iniziale si sia infranto contro un nemico ben più ostico del ragnetto in scala 1/72: il kit Italeri in 1/48!
All’interno della scatola contraddistinta da una bella foto in volo di un esemplare commemorativo italiano, troviamo tre stampate in grigio chiaro e una di trasparenti, per un totale di circa 150 pezzi. A completare il modello un sontuoso foglio decals che permette di realizzare oltre al già citato esemplare italiano (davvero bello nella sua livrea argento e nero con una grossa testa di pantera dipinta in fusoliera), due esemplari RAF di cui uno mimetico e uno a due toni di grigio e da ultimo un esemplare tedesco nella nuova livrea a tre toni di grigio!
Il modello purtroppo sente appieno il peso dei suoi anni (ormai quasi 20!) e anche se si presenta con delle belle incisioni in negativo, il dettaglio è assai povero. Inoltre alcune pannellature sono errate, altre di fantasia, altreancora mancanti.
Immagino che qualcuno a me vicino, leggendo queste note mi taccerà di incoerenza chiedendosi che fine avesse fatto il paladino del montaggio da scatola; ma, purtroppo per il mio portafogli,  sono così follemente innamorato del Tornado che ho deciso di far schizzare l’investimento alle stelle.
L’ho sempre detto che mi ci vuol la fidanzata che mi dia una regolatina…
E così ho mandato una mail al mio pusher di fiducia e mi sono fatto inviare:

  • Cockpit Neomega
  • Set di dettaglio completo Flightpath
  • Accessori Paragon Designs (scarichi, ruote, piloni alari e di fusoliera)
  • Fotoincisioni Eduard per il Tornado F.3

Già che c’ero mi sono procurato un po’ di fogli Model Alliance!

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MONTAGGIO

Prima operazione semplice semplice: prendete il contenuto della scatola e tenetevi le fusoliere, le ali, gli impennaggi, carrelli, vani e relativi attuatori e ovviamente i trasparenti. Per il resto regalate tutto al vostro cestino, che ricordo, è l’unico che accetta ogni vostra profferta senza dire nulla! Gentile no?
Ora, punto per punto, ecco il lavoro da me fatto:
a)  Correzione delle pannellature: come detto in sede di presentazione, alcune pannellature sono errate o di fantasia, altre sono state omesse. Mano ai disegni (tratti dalla monografia edita dalla HT Model), ho prima pazientemente stuccato le pannellature fuori posto e poi, armato di scriber Hasegawa e nastro Dymo ho inciso quelle giuste. Generalmente non mi sarei mai imbarcato in un lavoro di questo tipo, ma per amore questo e altro!
b) Fusoliera: alcune modifiche vanno fatte in sede di montaggio della fusoliera. Partendo dal troncone anteriore, ho eliminato la bocca del cannone sul lato sinistro  e adattato il pod Flir in metallo bianco proveniente dal set Flightpath. L’incollaggio l’ho effettuato con colla bi componente, preferita al ciano-acrilato per via dei più lunghi tempi di asciugatura che permettono l’aggiustamento ottimale delle parti prima del definitivo incollaggio, peraltro molto robusto. Mi ha stupito in negativo anche la voragine che si viene a creare fra la fusoliera e il telemetro laser, incluso nel kit…
Venendo al troncone posteriore, ho fatto una piccola modifica a livello dei piani di coda, eliminando l’inutile e fragile sistema di rotazione e installando un tondino di metallo che permette il montaggio a verniciatura completata. Consiglio a tutti una modifica del genere, perché oltre a rendere più semplice la verniciatura, evita la cestinazione del modello in caso di rottura (peraltro molto facile) del sistema di rotazione!

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c)  Abitacolo: l’abitacolo Neomega è qualcosa di  spettacolare e inoltre si adatta senza alcun problema al kit, il tutto grazie alla saggia politica della ditta russa che progetta i suoi set lavorando direttamente sui pezzi del kit che vengono dettagliati e poi stampati in resina! Ben fatto, Neomega! A questo punto al modellista non resta altro che dipingere il cockpit e cercare di trarre il meglio dallo splendido lavoro fatto dal masterista russo. Il colore di base è il Medium Sea Grey H-335 della gamma Gunze. Per esaltare il tutto ho fatto i soliti lavaggi a olio (con nero e grigio di Payne) e drybrush con bianco opaco. Gli schermi radar sono dipinti in verde, mentre con nero, giallo, rosso e bianco ho dipinto la miriade di bottoni e bottoncini. Per gli strumenti ho usato il nero e con la cera Future ho simulato i vetrini. Per quanto riguarda i sedili, la struttura è in grigio, il poggiatesta in nero (Gunze H-77), il cuscino in verde oliva (ho usato uno degli ottimi acrilici Agama, perfetti a pennello), le cinture in marrone. Il solito trattamento di lavaggi e drybrush completa il lavoro. Lasciatemi dire che di seggiolini così belli ne ho visti davvero pochi!
d) Carrelli e vani: tutto da scatola. Sui carrelli ho aggiunto le tubazioni dei freni facendo riferimento alla miriade di foto in mio possesso, mentre ho preferito soprassedere sul dettaglio dei vani carrello che resteranno invisibili a patto di non mettere l’aereo su uno specchio. Le ruote sono le splendide Paragon Designs in resina, con effetto peso e dello giusto spessore. Quelle del kit sono esageratamente sottili, come del resto i carrelli che fanno sembrare il nostro Tornado un trampoliere. Ci sarebbero dei rimpiazzi in metallo bianco dell’Aeroclub, ma oltre a essere destinati al kit Airfix, sono eccessivamente bassi e donano all’aereo un effetto suolo da fare invidia ai moderni bolidi di Formula 1! Il mix fra le gambe del kit e le ruote Paragon con i cavetti auto costruiti rappresenta a mio umile parere la giusta soluzione.
e)  Prese d’aria: montate da scatola e dipinte in grigio chiarissimo X-147 Xtracolor. Inoltre sono state dettagliate con i pezzi fotoincisi della Flightpath.

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f)  Assemblaggio: tutt’altro che semplice. Lo stucco da usare non è poco e ci vuole della santa pazienza per scacciare la voglia che vi prende di far fare al modello un bel volo dalla finestra! A dir poco tremendo l’assemblaggio della presa d’aria con la fusoliera, dove si forma addirittura uno scalino. Ancora peggio l’assemblaggio delle alette Krugher, in due pezzi ciascuna e il relativo adattamento. La soluzione è una: stucco, stucco e ancora stucco! Impegnativo anche l’assemblaggio del troncone di coda, quello che contiene i motori per intenderci, al resto della fusoliera. E il radome? Peggio che andare di notte! Anche qui una bella stuccatina e relativa carteggiata risolve ogni problema! L’unico lato positivo della vicenda è che quando sarà finita la grande grattugiata, avremo in mano un qualcosa che ha le sembianze di un Tornado!
g) Piloni e carichi alari: malgrado dalle foto in mio possesso l’esemplare da me scelto fosse sempre senza armi (ovvio per uno special colour!), in questa fase mi sono concesso una licenza poetica: essendo il Tornado l’archetipo dell’aereo brutto, sporco e cattivo, mi sembrava una mancanza di rispetto nei suoi confronti lasciarlo disarmato. E così mi sono procurato due bombe a guida laser inglesi dal kit Revell dell’Eurofighter, due missili Sidewinder sempre dal kit dell’EFA (in alternativa si possono dettagliare quelli del kit con le fotoincisioni Eduard o usare quelli in metallo e fotoincisioni del set Flightpath), un paio di serbatoi Hindemburger gentilmente fornitimi da un amico (quelli del set Flightpath hanno l’inconveniente non da poco di essere in unico blocco di resina, non certo due pesi piuma per le fragili gambe Italeri). I piloni sono in resina Paragon, mixati, con le rotaie di lancio dei Sidewinder in metallo bianco.
h)  Tettuccio: la struttura interna del tettuccio è un mix di fotoincisioni Flightpath e Eduard, il tutto dipinto in H-335
i) Particolari: una volta terminata la verniciatura, si può procedere all’assemblaggio finale. La sonda di rifornimento in volo è stata montata chiusa, sia per intrinseca pigrizia sia perché proprio non mi piace aperta! Secondo me deturpa la linea dell’aereo e da ultimo, non vedo molte foto di aerei a terra con la sonda estratta. Per contro, malgrado i dettaglio dei vani non sia entusiasmante, ho lasciato aperto gli aerofreni, dipinti in banco all’interno, così come i vani e gli attuatori, che hanno una parte in argento (Polished alluminium Metal Cote Humbrol). Tettuccio, parabrezza e altri ammennicoli completano l’opera! Le antenne a lama provengono dal set Eduard e sono state dipinte in giallo sabbia Gunze H-79

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COLORAZIONE

Questa è stata come al solito la fase più attesa e divertente per me, anche se non è stata priva di dubbi. Infatti, stando alle istruzioni del foglio Model Alliance l’aereo portava la mimetica a due toni, ma dalle foto è chiaro che sia uno solo il grigio della fusoliera. Il radome appare di un’altra tonalità. Ho girato la domanda a un forum britannico e ho ottenuto la seguente risposta: aereo totalmente in Medium Sea Grey con radome n Dark Camouflage Grey. Sebbene dal raffronto con le foto ne uscissi dubbioso (secondo me era al contrario!), ho dato retta ai modellisti inglesi e mi sono fidato. Quindi ho caricato l’aerografo con H-335 Gunze diluito con alcool rosa e l’ho steso in più mani. Quindi mascheratura e via col secondo colore, il grigio del radome, per cui ho usato l’H-82 Gunze. Da ultimo ho colorato la zona nera usando il Tyre Black H-77 Gunze.
Una mano di Future prepara il modello per la stesura delle decals e i lavaggi a olio, fatti col nero. Un aereo commemorativo generalmente non si sporca troppo, ma a volte credo che l’impatto scenico debba prevalere (purché in modo plausibile) sul realismo.
Ora non resta che la rifinitura: con i metallici Model Master si colorano gli scarichi, la piastra sulla deriva e la bocca del cannone.
Le decals provengono dal foglio Model Alliance art. 48154 «UK Air Arm Update 2006-2007 part IV» che oltre alle insegne per realizzare il nostro esemplare, contiene decal per un altro esemplare Gr.4 commemorativo e per altri soggetti fra cui Eurofighter e Tornado ADV. Sicuramente un foglio che non resterà inutilizzato…
Terminata la stesura delle decals con l’aiuto dell’ammorbidente della Gunze, ho passato un’altra mano di Future e quindi il trasparente opaco Lifecolor ha posto fine a questa fase.
Ora non resta che montare gli ultimi particolari come carrelli, aerofreni, antenne e un altro Tornado è pronto per la mia bacheca!

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CONCLUSIONI

Un montaggio tutto sommato piacevole malgrado la base di partenza, e svoltosi relativamente in poco tempo (leggendo report di montaggio su svariati forum ho letto peste e corna di questo modello!): poco più di un mesetto.
Ho già fatto scorta di decals e di cockpit in resina Neomega in vista di altri montaggi, nel frattempo confido che i tanto sospirati kit annunciati dalla Hobby Boss escano al più presto e soprattutto siano in grado di mandare finalmente in pensione il kit Italeri. Non ho nulla contro il kit Italiano, che rappresenta sicuramente una miglior base rispetto all’Airfix (che però ha il vantaggio, specie per gli anglofili come il sottoscritto, di avere già nel kit una completa panoplia di armi RAF altrimenti difficili da reperire!), ma qualora non fosse così, il mio sogno cullato fin dall’infanzia di fare una bella collezione di Tornado si tramuterebbe in un incubo!
Prima di salutarvi e augurarvi buon modellismo, vi dico solo: stay tuned, perché per il prossimo Tornado sono annunciate grosse sorprese!
That’s all.
Alessandro Gennari